Green Room (2015)

Un crudo survival dal regista di Blue Ruin.

Tit.originale: "Green Room"
Paese:USA

Stanchi e demotivati i membri di un gruppo punk-hardcore si trovano in Oregon in cerca di qualche locale per esibirsi dal vivo. Un punk della zona li indirizza verso un posto fuori mano, in mezzo ai boschi, ma visto i dollari decenti promessi raggiungono la destinazione, un locale isolato frequentato da skinheads. A parte l'ostilità del pubblico sembra andare tutto bene per la band, ma quando Pat rientra nel dietro le quinte per recuperare il telefonino scorge qualcosa che non doveva vedere....

Il precedente "Blue Ruin" (2013) poteva essere scambiato come il classico colpo di fortuna del cinema indie americano, un suggestivo e atipico film di vendetta capace di appiccicarsi addosso, in un clima sempre più diffuso di "usa e getta", l'ormai desueto termine  di "cult-movie". Con "Green Room" il regista sceneggiatore Jeremy Saulnier dimostra di non essere un caso, anzi è una delle migliori realtà ancora poco noto al grande pubblico, anche per via del profilo basso delle produzioni, piccole nel budget e nelle ambientazioni, ma grandi per la potenza esplosiva di intensità e scrupolo realistico, spesso sottolineate da cruda e impietosa violenza come accade in "Green Room". La "stanza verde" del titolo è l'ambiente/stanza utilizzato dagli artisti nei locali/teatri prima e dopo l'esibizione dei concerti, storicamente nel passato dipinte di verde. Nel film il luogo diviene una delle ambientazioni centrali, appare più come uno stanzino sciatto e anonimo, in linea con il contesto musicale underground in cui si muovono i protagonisti.

Dato ormai per scontato che l'avvento di internet ha decretato la morte, o per lo meno la stagnazione imperitura, dei generi musicali, l'insolita cornice punk-hardcore scelta per la vicenda risulta uno dei fattori migliori. La scena di nicchia considerata tale già ai tempi d'oro (anni 80) viene contestualizzata ai nostri giorni con una passione e attendibilità encomiabili, con attori perfetti anche nei ruoli secondari, traspare la forza di una musica unica e dirompente, la vita on the road sui pulmini scalcinati e i pochi soldi ma anche la contraddizione interna del movimento composto spesso da gente violenta e fascista. Per gli appassionati del genere (musicale) la pellicola è un tuffo al cuore inaspettato, con i membri del gruppo Ain't Rights vestititi con le magliette dei Minor Threat e Dead Kennedys che si scambiano dialoghi sulle bands preferite da portare sull'isola deserta. Inoltre vi è la scena dell'esibizione dal vivo della band impegnata nella cover "Nazi Punks Fuck Off" dei Dead Kennedys di fronte a un gruppo di skinheads razzisti (!).

Jeremy Saulnier sposta il particolare contesto iconografico-sociale di Green Room verso il cinema americano che preferisce e porta a titoli come Non Aprite Quella Porta, Un Tranquillo Weekend di Paura e I Guerrieri Della Palude Silenziosa, e lo trasforma in una pellicola di terrore e accerchiamento. Con di mezzo gli skinheads l'orrore del nazismo è in primo piano certo, ma sembra di assaporare un malessere più profondo e nascosto, da sempre esistente nei recessi peggiori dell'uomo. Un istinto cattivo e metodico traspare nella figura del leader ariano interpretato da Patrick Stewart, il nome di punta del cast, la mente che progetta un inquietante piano per eliminare un fastidioso incidente di percorso. A farne le spese la band di Pat dello sfortunato attore Anton Yelchin, morto in un tragico incidente nel giugno 2016, noto più per altri film di cassetta (Star Trek, Fright Night) regala un'interpretazione sofferta e sgomenta, con uno sguardo allucinato che alla luce del suo triste destino è quasi commovente.

Si muore veloce e si muore male in Green Room, non si risparmiano dettagli sanguinosi impressionanti, i personaggi sono ambigui e indistinti, chi sembra cattivo può rivelare un'altra natura e viceversa. Torna dal precedente "Blue Ruin" l'attore-feticcio-amico del regista Macon Blair nella parte dello skinhead aiutante Gabe, quella che però non passa inosservata è la bionda skinhead di Imogen Poots, brava e bella attrice inglese (avete presente quello schianto che cura Michael Fassbender in Centurion?). Manca forse la scena memorabile, il momento clou che possa elevare il film a rango di capolavoro, bisogna dire che il finale ci va comunque vicino. Grande film.
In attesa frenetica del prossimo lavoro di Saulnier: Hold The Dark (2018).

Rating:8/10

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